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30/01/2017

Astici e aragoste al ristorante. Alimenti o animali?

Negli ultimi anni sta crescendo sempre più l’attenzione da parte dei media e delle associazioni animaliste in merito a come devono essere gestiti durante il commercio astici ed aragoste vive. Sono infatti sempre di più le denunce ed i verbali delle Autorità addette ai Controlli in merito al “presunto” maltrattamento dei suddetti crostacei sia a ristoratori che a pescivendoli.
Un argomento piuttosto controverso nella giurisprudenza italiana è se la detenzione degli astici vivi sul ghiaccio integri o meno uno dei reati in materia di maltrattamento di animali (Artt. 544 ter e 727 c.p.). Infatti due recenti sentenze dei Tribunali di Firenze e di Torino hanno affrontato la questione ma con esiti divergenti: condanna nel primo caso, proscioglimento per tenuità del fatto nel secondo.
Si dovrebbe innanzitutto stabilire se gli astici possano o meno percepire dolore, inoltre se debbano essere considerati come alimenti oppure come animali e capire quale dei due interessi in gioco (la tutela della salute dei consumatori attraverso la corretta gestione dell’alimento, oppure la tutela dell’astice come animale) debba prevalere.
Oltre ad un eventuale sanzione penale si può rischiare anche una eventuale sanzione amministrativa nel caso in cui si operi in un comune in cui sia vigente un regolamento comunale o regionale a tutela degli animali. Tali normative locali, infatti, a volte prevedono apposite modalità di detenzione e vendita dei crostacei. La maggior parte di tali provvedimenti vieta la vendita al consumatore finale di animali vivi (ad eccezione dei molluschi bivalvi), quindi gli stessi andrebbero macellati prima della consegna al cliente. Per quanto riguarda la soppressione degli astici al momento in Italia si fa riferimento ad un documento dell’Istituto Zooprofilattico della Lombardia e dell’Emilia Romagna che consiglia l’uccisione attraverso l’incisione del ganglio cerebrale, anche se tale tecnica risulta efficace se effettuata da personale particolarmente esperto. Non è invece generalmente vietata la detenzione di esemplari vivi, che dovrebbe avvenire in acquari che rispettino determinate caratteristiche tecniche (e non consistere in sostentamento attraverso la nutrizione) e senza che le chele siano legate. Quest’ultimo punto risulta però difficile da rispettare per gli operatori del settore, in quanto se gli esemplari vengono lasciati con le chele libere possono risultare pericolosi sia tra di loro che nei confronti dell’operatore.
Andrebbe dunque fatta un po’ di chiarezza a livello ufficiale e si auspica che vengano emanate linee guida realmente applicabili nell’attività pratica che consentano a ristoratori e venditori di prodotti ittici di praticare la propria attività senza correre rischi dal punto di vista legale. Inoltre chiarire a livello scientifico quali siano le migliori modalità di conservazione degli astici vivi non può che costituire un vantaggio per gli operatori che hanno tutto l’interesse affinchè l’animale/alimento conservi più a lungo possibile la propria vitalità e di conseguenza le proprie qualità inalterate.
Dunque, in mancanza di ulteriori chiarimenti in merito, si suggerisce ai ristoratori di verificare innanzitutto se nel proprio Comune vige un regolamento comunale che nel caso andrà rispettato. Altrimenti si consiglia di mantenere i crostacei vivi non a diretto contatto con il ghiaccio e non in vista ai clienti. PS In quasi tutti gli articoli che hanno ripreso il CS Ansa di seguito riportato è stata anche erroneamente ripresa l’informazione che le aragoste avevano le chele legate. Per precisazione, come poi riportato dalla giornalista Eleonora Cozzella in una miniguida realizzata con la nostra collaborazione sul sito di Repubblica Sapori, le aragoste non hanno le chele!
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