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CONSUMATORI EUROPEI ED ACQUACOLTURA: CONNUBIO (IM)POSSIBILE?

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Nel corso degli anni si sono susseguiti numerosi studi volti a valutare l’attitudine dei consumatori europei verso il pesce selvatico e allevato che hanno evidenziato come la provenienza geografica dell’intervistato influenzasse la percezione della sicurezza del pesce allevato e selvatico.

Negli ultimi dieci anni cos’è cambiato

L’acquacoltura in Europa vanta radici molto antiche. Testi antichi, mosaici, resti di manufatti testimoniano che già al tempo degli Etruschi e dei Romani l’attività di allevamento di varie specie ittiche era diffusa nell’area mediterranea. 

Ciononostante, l’acquacoltura è un’attività relativamente giovane, ma estremamente dinamica e a rapida crescita. Basti pensare che a partire dagli anni ’50 del secolo scorso, in cui si registrava una produzione mondiale inferiore a 1 milione di tonnellate, l’acquacoltura ha toccato il record di 66,5 milioni di tonnellate nel 2012, valore quasi trenta volte maggiore rispetto al 1970, inserendosi di diritto come il comparto dell’allevamento animale a più rapido sviluppo. 

Non a caso, le più recenti previsioni FAO stimano che nel 2030 più del 60% delle specie ittiche che arriveranno sulla nostra tavola proverrà dall’acquacoltura.

Nel corso degli anni si sono susseguiti numerosi studi volti a valutare l’attitudine dei consumatori europei verso il pesce selvatico e allevato che hanno evidenziato come la provenienza geografica dell’intervistato (e le sue relative ricadute in termini di abitudini alimentari, familiarità con il prodotto “pesce”, grado di istruzione) influenzasse la percezione della sicurezza del pesce allevato e selvatico. 

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